“Cime Tempestose”
L’amore che non salva ma uccide: lunga vita a Cime Tempestose e alle registe come Emerald Fennell che non hanno paura di osare.
L’operazione di Emerald Fennell con il suo “Cime Tempestose” è una di quelle che, ancor prima di arrivare in sala, sembrano destinate a dividere pubblico e critica. Non tanto per il romanzo di partenza, che è uno dei più iconici e stratificati della letteratura inglese, quanto per la personalità della regista che ne è portavoce. Fennell non è un’autrice neutra, non è una regista invisibile e non rimane in passivo silenzio a dirigere le sue opere: i suoi film sono dichiaratamente soggettivi, emotivi, provocatori, e portano sempre il segno di uno sguardo che non ha paura di reinterpretare il materiale originale.
Per questo la sua versione del romanzo di Emily Brontë è stata criticata (e ingiustamente massacrata) già prima dell’uscita: troppo distante dal testo, troppo contemporanea nell’estetica, troppo “spicy” nella promozione, con attori considerati da alcuni lontani dalle descrizioni letterarie. Ma queste critiche preventive, quasi automatiche, come se ogni deviazione dall’immaginario tradizionale fosse un oltraggio, rivelano più le aspettative del pubblico verso il classico che non la reale natura del progetto. Perché il film di Fennell non è una trasposizione illustrativa e questo lei ci tiene a ribadirlo con le sue virgolette nel titolo: è una lettera d’amore viscerale verso il romanzo, filtrata attraverso le ossessioni e le sensibilità della regista.
Il primo aspetto che emerge chiaramente dal film è che l’esegesi di Cime Tempestose di Fennell non è come una storia d’amore tragica in senso tradizionale; non c’è romanticismo rassicurante, non c’è una forza salvifica. Il suo sguardo è più vicino alla materia grezza del romanzo: l’ossessione, la violenza emotiva, la pulsione distruttiva e animale che tiene insieme Cathy e Heathcliff come due poli di una stessa ferita che perde sangue da ogni frame. Fennell sembra aver studiato il testo con un’attenzione scrupolosa a ciò che spesso viene smussato nelle versioni cinematografiche: la brutalità del desiderio, l’ambiguità morale dei protagonisti, il legame quasi animalesco con la terra e con la violenza che trasudano bellezza e allo stesso tempo decadenza in egual misura.
Nel romanzo, l’amore tra Cathy e Heathcliff sembra alimentare continuamente una corrente sotterranea di autodistruzione; è una tensione continua, un’energia repressa che si trasforma in rancore, vendetta, ossessione. Fennell prende questo elemento e lo inserisce al centro del film: la sensualità è sempre trattenuta, disturbante, carica di rabbia e frustrazione. Perché a differenza di quanto gli sia stato criticato (senza nemmeno essere ancora uscito) e sebbene la promozione del film abbia insistito e fuorviato sul lato sensuale, il “Cime Tempestose” di Emerald Fennell non è per niente un film erotico, anzi, è tutto basato sulla sessualità come forza incompiuta, come energia che non trova mai un luogo in cui placarsi. Un’ossessione da cui non ci si libera mai, nemmeno davanti alla morte.
Di trasposizioni pedisseque del romanzo di Cime Tempestose ne abbiamo avute molte nel corso degli anni, ed Emerald Fennell, che non vuole essere solo l’ennesima regista a portare questa storia al cinema, sceglie di assumersi una grande responsabilità a suo rischio e pericolo: dare quindi un’altra vita ai personaggi portando alla luce la coreografia interna dell’animo umano, fatta di odio, desiderio, moralità incompiuta e passioni che ardono sempre a un passo dall’esplosione. La prima comprensibile impressione che si può avere di fronte a questa nuova visione di un romanzo amatissimo è di stranimento da parte del pubblico: tuttavia la versione della Fennell, che non è proprio l’ultima arrivata, non appare meno vera; la regista inglese la trasforma in un’altra verità da leggere tra le righe che Brontë ci ha lasciato in eredità.
Come già accadeva in Promising Young Woman e in Saltburn, anche qui Fennell dimostra una consapevolezza quasi ossessiva del potere visivo degli oggetti, dei colori, dei tessuti. Nei suoi film, le scenografie non sono mai semplici elementi decorativi: sono dipinti che parlano, commentano, anticipano e contraddicono le emozioni dei personaggi. In “Cime Tempestose”, gli abiti indossati da Cathy servono a suggerire stati d’animo della protagonista: i colori si fanno più freddi o più saturi a seconda dell’emozione che lei stessa sta vivendo, le stoffe diventano più rigide o più morbide, come se il corpo venisse intrappolato o liberato dai sentimenti. L’idea visiva più impattante è proprio quella della pelle umana che fa da sfondo alle mura, come se le pareti delle case fossero fatte della stessa materia dei corpi che le abitano; tutto sembra respirare, trattenere il calore, assorbire la violenza emotiva dei personaggi. È come se gli spazi domestici fossero costruiti non con pietre e intonaco, ma con strati di emozioni, di desideri repressi, di rabbia sedimentata nel tempo. Le stanze inglobano e le pareti avvicinano, costringono a toccarsi, a sfiorarsi, a respirare la stessa aria carica di tensione; e persino gli oggetti più innocui, come delle uova, possono trasformarsi in immagini di desiderio sessuale.
Un altro degli elementi più discussi e forse più audaci è la scelta di affidare la soundtrack di questo adattamento a Charli XCX; una decisione che segna con chiarezza il desiderio della cineasta di costruire una versione dichiaratamente moderna del romanzo. La musica contrasta le immagini, le modernizza, le spinge fuori dal tempo vittoriano per riportarle nel presente. Le sonorità elettroniche, pulsanti, quasi ipnotiche, dialogano con la tensione sessuale irrisolta dei protagonisti, creando un battito contemporaneo, nervoso, che vibra sotto le scene più intense. È una scelta che può spiazzare, ma che rivela l’intenzione precisa della regista: dimostrare che Cime Tempestose non è un testo arcaico, ma una storia ancora viva. Che la passione ossessiva, la rabbia, il desiderio frustrato di Heathcliff e Cathy non appartengono solo al XIX secolo, ma parlano ancora oggi. La presenza di Charli XCX quindi diventa una vera dichiarazione generazionale. Fennell sembra dire: si può amare un classico senza imbalsamarlo, si può renderlo accessibile alle nuove generazioni senza tradirne l’intensità, si può far dialogare Brontë con la cultura contemporanea senza svuotarla di significato. La colonna sonora diventa così un ponte tra epoche: un modo per far sentire che quell’amore feroce, quella tensione mai consumata, quell’odio che nasce dal desiderio sono emozioni che attraversano il tempo.
Inutile girarci intorno, bisogna ammettere che il vero elefante nella stanza, quello che ha accompagnato polemiche intorno al film, è nato nel momento in cui è stato rivelato il casting dei due protagonisti: Margot Robbie e Jacob Elordi. Al di là delle varie considerazioni dell’idea estetica di Cathy e Heathcliff nel libro sul quale non ci soffermeremo a questionare, bisogna accettare il fatto che entrambi gli attori abbiano costruito una chimica notevole; già durante la promozione, la loro presenza pubblica, le interviste, le fotografie e la creazione dell’immaginario attorno al film hanno puntato molto sulla loro chimica: uno scambio di sguardi, una tensione sottile. Ma non si tratta però solo di mera strategia commerciale. Nel film questa chimica esiste davvero e diventa uno dei motori principali del racconto, nonostante le diatribe a tal proposito: Robbie e Elordi non si limitano ad interpretare Cathy e Heathcliff come figure letterarie cristallizzate nel tempo e intrappolati nelle pagine, ma come due corpi vivi che si cercano e si respingono continuamente. La loro relazione viene basata su gesti che sembrano sempre sul punto di trasformarsi in qualcosa di più violento o più intimo. Margot Robbie entra nei panni di una Cathy meno eterea e più contraddittoria: non una musa romantica, ma una giovane donna divisa tra l’istinto e la rispettabilità, tra il desiderio e la paura di perdere la propria posizione. Elordi, dal canto suo, dà vita a un Heathcliff meno gotico e più vulnerabile, quasi feroce. Il suo corpo appare sempre fuori posto, come se non appartenesse davvero agli spazi che attraversa. La sua rabbia sempre trattenuta sotto la pelle è pronta a esplodere in ogni momento. Insieme, i due attori danno vita ad un rapporto fatto più di tensione che di dichiarazioni; non ruotano l’uno intorno all’altra come due amanti romantici, ma come due poli opposti della stessa ferita emotiva; quando sono nello stesso spazio, l’aria sembra farsi più densa, come se il film stesso trattenesse il respiro. È una chimica diversa da quella delle versioni classiche, spesso basate su un romanticismo tragico e idealizzato; qui l’attrazione è più inquieta, più contemporanea, più fisica. E proprio per questo, paradossalmente, più vicina allo spirito del romanzo. Sebbene questi Heathcliff e Cathy non sono quelli che il pubblico si aspetta, non per questo risultano meno veri; sono versioni differenti, filtrate attraverso uno sguardo moderno, fennelliano, ma ancora profondamente legate alla radice emotiva del testo: due esseri incapaci di vivere separati e altrettanto incapaci di vivere insieme.
In una delle scene più emblematiche del film, Heathcliff esordisce con la celebre citazione del romanzo: “non ti ho spezzato il cuore, te lo sei spezzato da sola, e così hai spezzato anche il mio”. Heathcliff non dice: mi hai spezzato il cuore, e racchiude in poche parole la natura profondamente anti-romantica del loro legame; la sua è una vera e propria accusa, un atto di dolore reciproco. In questa sfumatura linguistica c’è tutta la visione del film: l’amore è una catena di conseguenze emotive, un domino di ferite che si propagano da un cuore all’altro. Cathy non distrugge Heathcliff per crudeltà, ma perché non riesce a essere fedele a quella parte più autentica e selvaggia di sé. E Heathcliff, a sua volta, non riesce a separare l’amore dalla vendetta, il desiderio dalla distruzione. È proprio in questo momento che la Fennell inserisce il nucleo più anti-romantico di “Cime Tempestose”: l’amore come forma di dolore più intenso e inevitabile in cui Eros e Thanatos si toccano in modo evidente.
Fennell sembra voler ricordare allo spettatore che Cime Tempestose non è mai stato un romanzo romantico nel senso classico; è una storia d’ossessione, di dipendenza emotiva, di desiderio che non trova spazio nel mondo sociale e quindi si trasforma in qualcosa di oscuro. Il suo adattamento è un film che nasce come gesto personale, quasi intimo, come se la regista avesse preso il suo romanzo preferito, lo avesse scomposto nei suoi nuclei più dolorosi e lo avesse ricomposto a partire dalle emozioni che le sono rimaste cucite addosso. Fennell, ancora una volta, porta sullo schermo un’opera fuori dalle righe, destinata a far parlare di sé a lungo (se il fatto che se ne discuta ancora prima dell’uscita in sala è un indizio), e che si aggiunge con coerenza a una filmografia già impeccabile.
“Cime Tempestose” arriva al cinema dal 12 febbraio.









